domenica 28 marzo 2010

Amore. Quanta ipocrisia nell'uso di questa parola.

Il partito dell'amore. Negli ultimi due o tre mesi ci hanno invaso le case e le teste con parole d'ordine quali: amore, odio ecc...
E' già stato sottolineato come applicare le categorie dell'odio e dell'amore ai politici non sia adeguato se non pericoloso. Io non voto una persona perché la amo, ma perché mi rappresenta o perché dovrebbe rappresentarmi. La voto perché sostengo le sue idee che in qualche modo dovrebbero approssimare le mie. Se questa persona non mantiene le sue promesse o si comporta in un modo che non rispecchia il mio pensiero, allora non la voterò più. Quando votiamo una persona dovremo essere poi i suoi più feroci critici. Dovremmo continuare a verificare il suo lavoro e capire se ha meritato e se meriterà ancora il nostro voto.
L'odio e l'amore non centrano nulla.
Nonostante questo continuiamo a sentire le farneticazioni del nostro Presidente del Consiglio; non ultimo questo messaggio elettorale. Berlusconi:"Fai la cosa giusta. Tra la cultura dell'amore e quella dell'invidia, tra la cultura di chi vuole il bene degli altri e l'odio, scegli la libertà, la tua libertà. Vota il Pdl"

Giusto per sottolineare l'ipocrisia delle persone del partito dell' "amore", vi posto qualche link interessante:












venerdì 5 marzo 2010

In Cold Blood - A sangue freddo

Autore: Truman Capote - Anno: 1966


"A sangue freddo" è il racconto in stile giornalistico di un omicidio di massa. Non è un romanzo di fantasia, si basa su fatti realmente accaduti e raccolti con precisione e dedizione in anni di ricerche. Proprio l'adesione con la realtà rende il libro di Capote un piccolo capolavoro. Mano a mano che si procede nella lettura si capisce che se la storia fosse frutto di fantasia non potrebbe essere convincente, solida, reale e credibile. Il fatto che i fatti narrati siano realmente accaduti rende questo romanzo appassionante e spaventoso allo stesso tempo.

L'omicidio della famiglia Cuttler ha terrorizzato l'America degli anni '50: una famiglia benestante, l'incarnazione del sogno americano, viene massacrata in una notte senza che nessuno si accorga di niente, senza motivo e senza che vi sia la minima pista da seguire per gli investigatori. Improvvisamente, un piccolo paese del Kansas - Holcomb -  trova il proprio sistema di valori e certezze messi in crisi. All'improvviso nessuno si sente al sicuro, il male ha preso forma: non è più una rappresentazione biblica, astratta e lontana dalla vita vera, è ben identificabile, presente; è un'eminente famiglia inspiegabilmente massacrata. Il motivo ricorrente della prima parte del libro è "se è accaduto a loro, può accadere a tutti". Forse proprio questo, unito all'assenza di spiegazioni o di un motivo per il massacro, è quanto ha terrorizzato il Kansas e l'America in quel periodo.

La prima parte del libro può essere riassunta con la frase "The American dream turning into the American nightmere". Il sogno americano diventa l'incubo americano. Il racconto è molto suggestivo, dipinge un quadro dettagliato delle abitudini della famiglia Clutter. La narrazione continua con la descrizione delle persone coinvolte nella storia, intrecciandosi con le testimonianze degli abitanti del luogo. Tutte le interviste, tutti i dettagli sono stati raccolti fedelmente e quindi sono il più possibile aderenti alla realtà.  Il capitolo si intitola: "Gli ultimi a vederli vivi". Il capitolo si chiude la mattina del ritrovamento dei cadaveri.
"The curtains hadn't been drawn, and the room was full of sunlight. I don't remember screaming. Nancy Ewalt says I did - screamed and screamed. I only remember Nancy's Teddy bear staring at me. And Nancy. And running..."
La seconda parte si apre con la descrizione dei killer. L'apparente normalità dei loro comportamenti è a tratti agghiacciante. La prosa di Capote sempre fluida e coinvolgente ci porta dal Kansas al Messico, dai bordelli agli hotel, dai piccoli furti ai piccoli tentativi di trovare lavoro. Narra la vita dei killer dopo l'omicidio e la loro vita precedente. Ci riporta lettere ricevute e spedite, racconti dal carcere, racconti dei genitori. Ci illustra il passato di Perry e Dick, questi i nomi degli assassini. L'analisi del passato ci guida attraverso un'analisi psicologica di queste persone, ma comunque non permette di capire il perché del massacro. Perché, perché, perché… questo si vuole e si cerca di capire.

La terza parte è forse la più agghiacciate: la confessione dell'omicidio e la descrizione di come è avvenuto. Non sono i dettagli, per quanto macabri, a colpire la nostra immaginazione e a stringerci lo stomaco, ma la normalità con cui gli omicidi sono stati eseguiti. le motivazioni di questo gesto sono incomprensibili, la successione degli eventi ci terrorizza per la sua casualità. Un ingranaggio viene messo in rotazione e poi nulla si può più fare per fermarlo. Sembra che la catena di eventi sia inarrestabile, che qualcosa di superiore governi le azioni dei killer rendendo tutto inspiegabile e spaventoso. Tutti sappiamo come stanno andando le cose, tutti sappiamo il destino della povera famiglia, eppure fino all'ultimo istante speriamo che gli omicidi non avvengano. Fino all'ultimo istante tutto appare troppo insensato, non possiamo credere che le cose siano andate proprio in quel modo. Non possiamo accettare quel tipo di male, dobbiamo trovare un significato, dare una spiegazione: odio personale, invidia, vendetta… qualcosa… e invece nulla di questo emerge, lasciandoci con la sensazione di essere alla mercé di un destino avverso e incontrollabile.

La quarta e ultima parte ci riporta i dettagli del processo e della detenzione di Perry e Dick. Ci parla delle famiglie dei detenuti. Ci racconta del giudice, della giuria, delle persone di Holcomb e di come vivono la loro vita presente.
La condanna a morte degli assassini apre la strada ad una riflessione morale e giuridica sulla pena di morte.
Alla fine, forse abbiamo capito che l'omicidio non sarebbe mai avvenuto se non ci fosse stato un gioco di ruolo tra gli assassini. La rivalità tra due personalità contorte e di difficile lettura ha portato al massacro di quattro innocenti. Come dice Perry prima di essere giustiziato: "Non so perché ho ucciso quelle persone, non mi avevano fatto nulla, non le conoscevo, mi avevano trattato bene, diversamente da tutti gli altri nella mia vita. In quel momento sentivo che la famiglia Clutter doveva pagare per quello che mi è stato fatto".

giovedì 4 marzo 2010

The crazies

Regia: Breck Eisner - Anno: 2010 - Giudizio: *1/2



In una cittadina sperduta nel continente americano, composta da mille abitanti, quasi tutti agricoltori, cominciano ad accadere degli strani fenomeni: un contadino si presenta con un fucile ad una partita di baseball, un padre di famiglia tenta di uccidere moglie e figlio con un coltello… Sostanzialmente, a causa di un non meglio precisato virus o battere gli abitanti stanno diventando pazzi. La pazzia sembra sia portata attraverso l'acqua che arriva nelle case.

Questo è quanto basta per capire di cosa parla questo film. Ovviamente la trama è del tutto inverosimile, ma non si pretende che questi film si avvicinino alla realtà. Il problema grosso sono i vuoti logici da una situazione all'altra, l'inconsistenza della storia e del susseguirsi degli eventi. Gli attori sono discutibili, in particolare il protagonista principale, ossia lo sceriffo. I dialoghi sono poveri e scritti male, il regista sembra dire: "Purtroppo devo farli parlare, ma un film muto sarebbe stato meglio". La risoluzione degli enigmi viene proposta in modo inaspettato e improvviso, non ci sono spiegazioni, non ci sono conseguenze. E' tutto un po' buttato là.

Citazioni. Il film è un'accozzaglia di riferimenti ad altri film di genere. L'inizio è totalmente aderente a "E venne il giorno"; l'accostamento con questo bel film è costante per tutti i primi 10 minuti. Poi ritroviamo degli elementi di "Signs" pur non centrando niente gli extraterrestri. La città messa a ferro e fuoco, ricorda molto da vicino alcune scene viste in "1997 fuga da New York" e alcune atmosfere di "30 giorni di buio". Le scene nel campo di concentramento dove vengono detenuti (per circa 20 secondi) i "pazzi" sono un insieme degli ultimi film horror (ad esempio: Saw, the orphanage, fragile). L'idea iniziale della deportazione e del contenimento dei pazzi si avvicinava molto a quanto descritto da Saramago in "Cecità", ma poi l'idea viene abbandonata e non approfondita. Poi si prende a piene mani da "28 giorni dopo": la fuga in auto, i paesaggi deserti, l'idea di famiglia improvvisata, l'esercito come nemico. Ci sono molti riferimenti al recente "The road": le bande di strada e l'idea di isolamento.  Infine, grandi riferimenti a tutta la trilogia degli zombie di Romero. Invero, i "pazzi"  ad un certo punto si trasformano in zombie; le scene alla stazione di servizio sono chiaramente ispirate da "Zombie" il secondo capitolo della trilogia e il super-zombie con cui si scontra il nostro sceriffo somiglia molto al leader in "La terra dei morti viventi". I militari crudeli sono vicini a quelli de "L'Alba dei morti viventi". Le situazioni in auto spesso ricordano "La notte dei morti viventi". Insomma tutto il Romero che conta per gli spaventi e nulla del Romero che ci spiega come gli zombie infine non siano tanto peggio o forse addirittura meglio degli esseri umani. Ovviamente non c'è l'ombra di una morale o di un insegnamento di qualsiasi genere.

Nonostante la critica efferata devo dire che il film riesce nel suo intento: spaventare. La tensione è costante e alcune scene sono molto fantasiose e ben studiate. Diversamente da altri horror, questo non annoia o non fa divertire involontariamente lo spettatore. Se si riesce ad accantonare la razionalità e la voglia di capire cosa sta succedendo o la necessità di dare una spiegazione alle cose che vediamo, alla fine è possibile divertirsi e non pensare ad altro.

Guarda il trailer su YouTube.