Ci sono serate in cui non c'è molto da fare. Fuori piove ed è freddo... tanto freddo. Niente di meglio di una pizza e un po' di vecchi film che si è sempre detto di aver visto, ma che in realtà non si è mai guardato veramente.
Stasera è stato il turno di "Frenzy" (1972) e di "Rope" (1948).
Franzy è un ottimo (ma stiamo parlado di Hitchcock!) thriller; parla di un serial killer che uccide varie donne soffocandole con una cravatta. Ottimo intreccio e suspance. La direzione lascia di sasso... la scena del secondo omicidio è molto interessante: la telecamera indietreggia dal luogo del delitto fino alla strada tutto nel silenzio più assoluto, si vede molto poco, ma si capisce tutto. Memorabile.Si lasciano ad intendere i problemi dell'assassino con la madre, ma questo aspetto non viene mai analizzato fino in fondo.
Rope o "Nodo alla gola" in italiano è un film corto e di molti anni fa che porta benissimo la sua età! Tutto il film è girato durante un dinner party in un'unica stanza e la realizzazione è stata molto complessa per l'allora giovane Hitchcock. Il tema del film tratta la domanda: "E' l'omicidio sempre una cosa mostruosa o a volte è lecito?" Se è lecito, entro quali circostanze? Esistono esseri intellettualmente superiori che possono "giocare" con la vita d'individui ritenuti inferiori?
Gli attori sono molto bravi a rendere la tensione e il dramma. Inizialmente il film doveva anche trattare tematiche omosessuali ma i tempi erano troppo immaturi per questo. Notevole e appassionante... da non perdere!
domenica 28 febbraio 2010
venerdì 26 febbraio 2010
Avatar
Adesso mi sembra questa la realtà, e il mondo reale la fantasia. Avatar
Tornando a casa dal laboratorio dove lavoro, mi ha colpito un pensiero: "Sto forse diventando un Avatar?".
Un Avatar di me stesso, un essere che esiste nella realtà-reale quanto nella realtà-virtuale; sono ancora sicuro che la mia vita "virtuale" rispecchi la vita "reale", che sia solamente una trasposizione di me stesso in un altro contesto?
Ormai è noto ai più che la maggior parte di noi vive due vite: una reale e una virtuale. Potremo definire la vita reale come composta dall'insieme di relazioni che intercorrono tra noi e le persone che ci circondano, persone con le quali interagiamo senza ausili tecnologici. La vita virtuale è composta sempre da relazioni con persone, con le quali però interagiamo grazie alle rete Internet… semplificando la cosa.
Finora ho sempre pensato che la mia vita virtuale fosse una trasposizione di quella reale, un ausilio grazie al quale potevo prolungare i rapporti con gli amici, un'appendice di quanto succede quando sto con gli altri…
Grazie a Skype posso parlare con gli amici di sempre senza dover aspettare di vederli, con Facebook possono sapere cosa sto facendo o cosa vorrei fare e possiamo decidere dove e quando incontrarci, con Twitter possono sapere cosa sto pensando o viceversa e così via.
Mi rendo conto però che il tempo che passo con gli amici "virtuali" è molto più di quello che passo con gli amici "reali". Parlo di più con le persone via Skype che al bar davanti ad un caffè. Comunico i miei stati d'animo su Facebook e aspetto commenti… Comincio a chattare per ore con persone che ho visto solo una volta di persona. Le emozioni, i sentimenti non sono meno veri… ma sono in qualche modo filtrati. Sento l'alienazione data dallo schermo e data dall'affidare me stesso e quanto sto pensando, a una tastiera. Mi pare di vivere una meta-realtà dove io e le persone con cui parlo siamo rappresentazioni delle vere entità che stanno dietro lo schermo.
Adesso più che mai ho bisogno di relazioni vere, lontane dal Web. Ho la necessità di toccare e di sentire le persone con cui sto. Ho la necessità di sentirmi vero ed esposto per quello che sono, senza filtri. Non voglio mostrare di me una foto venuta (a volte) bene; voglio mostrare me stesso. Insomma, è tempo che la vita "reale" occupi almeno il 51% del tempo e che quella virtuale torni ad esserne un - valido, divertente, utile - supporto.
A Single Man
Regia: Tom Ford - Anno: 2010 - Giudizio: ***
Più che un film un piccolo quadro. La fotografia è curata e a tratti deliziosa. L'uso alternato di colori vivaci o spenti a sottolineare lo stato d'animo del protagonista non è nuovo ma sicuramente d'effetto. L'interpretazione di Colin Firth è da Oscar, ammesso che si consideri l'Oscar come un riconoscimento. I dialoghi sono pochi e sommessi, ma di grande efficacia. La trama è scarna, ma colpisce al cuore.
Alla fine ne sono uscito con l'impressione di non averlo capito fino in fondo ma allo stesso tempo mi sentivo più ricco. Forse ho realizzato, una volta di più, che i momenti più sereni della vita son quelli che condividiamo con chi amiamo. E che forse non amare nessuno è come sbattere le porte in faccia alla felicità.
Alla fine ne sono uscito con l'impressione di non averlo capito fino in fondo ma allo stesso tempo mi sentivo più ricco. Forse ho realizzato, una volta di più, che i momenti più sereni della vita son quelli che condividiamo con chi amiamo. E che forse non amare nessuno è come sbattere le porte in faccia alla felicità.
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